VITTORIA, NATALE DELL’OTTOCENTONOVE: QUEL NEONATO DI NOME LABRIOLA  

   «Fu giorno di domenica, e poco prima di mezzogiorno, quando   giungemmo in Vittoria. Nessuno, o pochissimi hanno ivi ambizione, e pretensione per grandezza, e nobiltà, che si può denominare il dominante grillo delle ricche e primarie persone della Contea. Sono quindi rare e livree e servidori e titoli e croci: e tutti quei più distinti cittadini vivono con onore intenti all’agricoltura, ed al commercio delle frutte della terra dentro e fuori del paese. Vittoria è un luogo, dove è in onore l’agricoltura, ed il travaglio, e dove le maniere sono semplici, e bastantemente immuni dalla nequizia dei tempi». 

   Nel 1808 l’abate Paolo Balsamo ritornava a Vittoria – dove era già stato nel 1792 – in compagnia del marchese Donato Tommasi, consigliere del Ministro di Stato e Ministro Segretario di Stato di Grazia e Giustizia e degli Affari Ecclesiastici. Quel viaggio di ricognizione aveva l’obiettivo di accertare per fini fiscali il tasso di produttività e la consistenza patrimoniale di ciascuna delle ‘università’, cioè città, della contea di Modica.

   Esatta ci appare nella relazione di Balsamo l’affermazione secondo cui «nessuno, o pochissimi hanno ivi ambizione, e pretensioni per grandezza e nobiltà». Sorta ufficialmente come rifondazione dell’antica Camarina ai primi del Seicento, in un territorio già soggetto a diverse  ondate di concessioni enfiteutiche (nel 1452, nel 1500 e dal 1550 al primo decennio del Seicento) e dunque abbastanza popolato, Vittoria, prima ancora di nascere come città, aveva visto in tutta la pianura ipparina l’insediamento  di una consistente borghesia fondiaria, costituita da piccoli e medi proprietari. La campagna aveva anticipato la città.

   Questo aveva prodotto, in primo luogo, la pressoché totale inesistenza di una classe nobiliare come quella che invece a Modica o Ragusa o Chiaramonte aveva antiche radici ed era assillata appunto, come scriveva l’abate Balsamo, dal «dominante grillo delle ricche, e primarie persone della Contea». E, in secondo luogo, l’assenza del conflitto secolare città-campagna, di una campagna, cioè, “al servizio della città”, in quanto fornitrice di “servizi” soprattutto alimentari alla città: la borghesia fondiaria di Vittoria era, al tempo stesso, “cittadina” e “rurale”, e la città era stata fondata come indispensabile complemento organizzativo, amministrativo e direttivo della campagna.  

Questo aveva prodotto, in primo luogo, la pressoché totale inesistenza di una classe nobiliare come quella che invece a Modica o Ragusa o Chiaramonte aveva antiche radici ed era assillata appunto, come scriveva l’abate Balsamo, dal «dominante grillo delle ricche, e primarie persone della Contea». E, in secondo luogo, l’assenza del conflitto secolare città-campagna, di una campagna, cioè, “al servizio della città”, in quanto fornitrice di “servizi” soprattutto alimentari alla città: la borghesia fondiaria di Vittoria era, al tempo stesso, “cittadina” e “rurale”, e la città era stata fondata come indispensabile complemento organizzativo, amministrativo e direttivo della campagna.  

   Coglie nel segno, dunque, Balsamo, là dove afferma che a Vittoria «sono quindi rare e livree e servidori, e titoli e croci: e tutti quei più distinti cittadini vivono con onore intenti all’agricoltura, ed al commercio delle frutte della terra dentro e fuori del paese».   Ma poi così continua: «Vittoria è un luogo, dove è in onore l’agricoltura, ed il travaglio, e dove le maniere sono semplici, e bastantemente immuni dalla nequizia dei tempi».  Dove l’espressione «nequizia dei tempi» stava certamente a indicare quel vasto movimento di idee sociali e politiche che avevano cominciato ad animare la società civile europea già dal Sei/Settecento e che si muovevano in direzione liberale ed egualitaria. Una direzione che, dal punto di vista di quelle classi dominanti cui apparteneva il buon Balsamo, alto funzionario del governo borbonico, appariva come espressione di “nequizia”, cioè di manifesta malvagità, in quanto minacciava l’ordine costituito. 

   Ma era poi così vero che la borghesia di proprietari terrieri, commercianti e professionisti di Vittoria fosse tutta quanta sorda e insensibile a quel fermento di idee progressiste che si diffondevano un po’ ovunque in Europa?  

***

   Nello stesso anno 1809 in cui veniva pubblicato a Palermo il  «Giornale del viaggio fatto in Sicilia e particolarmente nella Contea di Modica» di Paolo Balsamo, e precisamente la sera del 20 dicembre, a Vittoria, nella chiesa madre di S. Giovanni Battista, veniva amministrato, a sera tarda e in gran segreto, un sacramento del battesimo alquanto interessante sotto il profilo storico. Questo l’atto di battesimo, tradotto dal latino,  presente nel registro dei battesimi:

   «Ventuno dicembre dell’anno milleottocentonove. Io, sacerdote don Giovanni Battista Leni, su licenza del Rev.mo Arciprete, ieri, alle dieci di sera, ho battezzato un neonato, nato dai coniugi  Giovanni Battista Labriola, della città di Nicastro,  della Provincia di Catanzaro e della Calabria, e Teresa Caruso della città di Noto, al quale imposi il nome di Francesco Saverio. I padrini furono l’Ill.mo Barone don Francesco Leni e l’Ill.ma B.nessa donna Maria Ricca, coniugi».

   Il sacerdote officiante di quel battesimo dall’aria alquanto clandestina è il sacerdote Giovanni Battista Leni e padrino il barone Francesco Leni, entrambi appartenenti a quella famiglia liberale e progressista un cui membro, Giovanni Leni, nella rivoluzione antiborbonica del 1848 organizzerà a Vittoria un «Comitato Provvisorio di Pubblica Difesa e Sicurezza» assumendone la presidenza. Madrina la baronessa Maria Ricca, appartenente anch’essa a una delle famiglie più in vista della città, nipote dell’arciprete Enrico Ricca e zia paterna di quel marchese Alfonso Ricca, di idee liberali e giacobine, autore del dramma sacro «Cristo al Calvario».

  Infine, quel neonato battezzato a Vittoria, Francesco Saverio Labriola, era destinato ad essere il padre di Antonio Labriola (1843-1904), «il maggiore filosofo italiano – secondo l’affermazione di Rosario Villari – della seconda metà dell’Ottocento, che riportò la dottrina del materialismo storico alla genuina impostazione di Marx».

   Ci chiediamo: per quali ragioni quell’esponente della famiglia Labriola dal regno di Napoli si era trasferito a Vittoria, dove aveva messo su famiglia? 

   La famiglia Labriola- Pagano era rimasta coinvolta nei drammatici avvenimenti della Repubblica partenopea (1799), di cui il giurista Mario Pagano, un illuminista repubblicano e giacobino nonché zio del neonato Francesco Saverio Labriola, era stato l’animatore elaborando una Costituzione che proclamava decaduta la monarchia dei Borbone, i quali avevano dovuto fuggire da Napoli e rifugiarsi a Palermo.

   Ma i patrioti napoletani erano stati ben presto isolati dall’intervento a favore dei Borbone del cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria, che scatenò contro di loro la plebe napoletana (i cosiddetti “lazzaroni”) e migliaia di contadini inquadrati in bande (le  famigerate “bande sanfediste” o “esercito della Santa Fede”, comandato e guidato dal cardinale Ruffo in persona). 

   Mario Pagano nello stesso anno 1799 perì sulle forche borboniche. Gli ufficiali Luigi e Vincenzo Labriola morirono in combattimento. Il fratello di Mario Pagano, stimato sacerdote, fu trucidato sull’altare, il corpo venne gettato in una fogna e il teschio sfigurato collocato come macabro monito su una colonna del palazzo Labriola. Le case dei Labriola furono arse e saccheggiate.

   Alcuni membri superstiti della famiglia Labriola nell’anno 1799 trovarono rifugio a Vittoria: qui Giambattista Labriola aveva messo su casa, sposando Teresa Caruso di Noto. Ma peraltro già alcuni anni prima, quando la situazione aveva cominciato a precipitare per questa famiglia repubblicana e liberale, nella nostra città si era rifugiato qualche altro componente. Dal registro dei matrimoni risulta, infatti, che una «donna Rosalia Labriola, della città di Lecce, Provincia di Salerno, regno di Napoli, figlia di don Francesco Labriola e di Angela Barbarini» aveva sposato nella basilica di S. Giovanni Battista di Vittoria, il 27 dicembre 1797, un Giovanni Moscato della città di Eraclea (l’odierna Gela).  

   Esaminati i drammatici motivi della fuga dai Labriola dalla loro terra d’origine, resta da vedere perché avessero scelto proprio Vittoria per il loro esilio forzato.

   E questo discorso ci costringe ad esaminare più da vicino la «Massoneria», che da oltre un secolo costituiva il movimento di idee più illuminato, aperto e progressista dell’Europa del tempo e stava alla base dello stesso Illuminismo. Perché, in fondo, le idee giacobine dei rivoluzionari della Repubblica Partenopea di Mario Pagano altro non erano che una diretta filiazione di quelle massoniche, che avevano già animato lo spirito libertario ed egualitario della rivoluzione francese (1789) ed ancor prima quello della rivoluzione indipendentista di George Washington e Benjamin Franklin, massoni e artefici dell’indipendenza americana (1776). 

   Queste idee dirompenti erano state poi importate nell’Italia meridionale nel periodo napoleonico da ufficiali bonapartisti, allorché Napoleone insediò sul trono dei Borbone Gioacchino Murat, Gran Maestro della Massoneria.

   Però, bisogna anzitutto distinguere la Massoneria del Sette/Ottocento, mossa da ideali di libertà e uguaglianza, da quella negativa del XX secolo, caratterizzata, soprattutto in Italia, da forme degenerate in occulti centri di potere giù giù fino alla «Loggia P2» di Licio Gelli.

    Che collegamento c’era fra quella massoneria illuminata e progressista e Vittoria?  Cercheremo di

esaminare queto problema in un articolo successivo.

(di FRANCESCO EREDDIA)

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